Segno

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Ultima sigaretta

Sta diventando una croce. Non riesco neanche a farmi un sogno ad occhi aperti senza entrare in panico. Non è il caso di entrare in panico. Tanto questa è l’ultima. Anche volendo, è l’ultima.

Accendo la macchina e mi allontano dall’Ostiense salendo sul Raccordo. Terza, Quarta e Quinta, centoventi di crociera e stereo acceso. Venti minuti e sono a casa.

Claudio non è proprio il tipo da capire le cose, si è un buon amico, ma capire le cose, no!

Me le spiego da solo, le cose.

Ora mi accendo l’ultima e ‘sta storia finisce qui.

Accendo.

La giro tra le dita per controllare che l’accensione sia corretta, la rigiro e la rimetto in bocca.

Le immagini ripartono subito, loro hanno capito.

Non vedo quasi nulla, è buio. Lei, la biondina, mi parla con lentezza.

“Clara è andata via”

“Lo so”

“E tu sei rimasto solo”

Ma adesso di che parla la biondina, e perché io le do queste risposte da minchione?

“Io sono di un altro, il tizio che ha lasciato il pacchetto sul bancone, ricordi?”

“Si”

“Beh, lui mi ha perso, come tu hai perso Clara”

“E ora?”

“Ora hai avuto un incidente, non ti sei accorto di una macchina davanti a te e hai sbattuto frantumandoti la testa contro il finestrino”.

“Quindi staremo insieme?”

“Mi dispiace, devi aspettare che Clara ti accenda; come me, sei rimasto in un pacchetto di sigarette e avrai cinque sogni per farle ricordare di te, io ho avuto la tua stessa opportunità ma tu me l’hai bruciata”.

“Mi dispiace”

“Sei un cojone”.

 

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Quarta sigaretta

 

 

Claudio mi ha fatto bene. Abbiamo fatto una lunga passeggiata sul pontile di Ostia e siamo tornati vicino casa sua su Via delle Baleniere. Un aperitivo – lui prosecco io aperol soda – con tutti gli stuzzichini che ti mettono una voglia bestia di farti un secondo aperitivo. Cedo e ordiniamo altri due prosecchi.

“Senti, ma quando l’hai conosciuta questa biondina?”

“Ma ti dico che non l’ho mai vista, cioè, che ho cominciato a vederla da un paio di giorni”.

“Una nuova?”

Non sono mai riuscito a spiegare a nessuno che fumavo per pensare, e che riprendere a fumare – forse – mi aveva accelerato talmente tanto il cervello che pensavo anche a cose che non conoscevo.

Perché pensare a quello che non conosci non si può. Puoi immaginare un cavallo cornuto, ma perché hai visto i cavalli e hai visto i tori e ti diverti negli incroci. Ma una biondina bella e fatta. E tutta un carattere che non hai mai trovato in nessun’altra e tradirla. Beh questo non l’ho sicuramente costruito incrociando un cazzo di niente.

“Non so che dirti. Ho cominciato a immaginarla da quando fumo queste cazzo di sigarette, e mi è partito un film in testa fatto di fighe e di tango”.

“Dovresti uscire con qualcuna nuova davvero! Ormai è ora?”

“Ma ora di che?”

“Senti, un mio amico insegna tango argentino sull’Ostiense. Stasera mi vedo lì con la mia classe per la lezione pratica, perché non vieni che conosci un po’ di gente nuova?”

Gente nuova. A me! Io che di gente nuova ne conosco un centinaio al giorno. Claudio è un bravo amico. Sa sempre dire o fare la cosa migliore che un amico possa fare per te. Ma di capire qualcosa, beh se vuoi parlare con un amico che capisca qualcosa, Claudio non è il tipo.

Di conoscere queste due amiche sue non avevo voglia per nulla. Ma di capire che era ‘sta storia del tango, si.

Mi metto in disparte mentre Claudio saluta una ventina di persone. Grandi abbracci e baci manco non si vedessero da un mese. Scopro, poco dopo, che si vedono tutti regolarmente tutte le sere.

Parte la musica. Simile a quella del sogno, solo un po’ più ritmata. Le coppie si formano quasi naturalmente e vedo Claudio abbracciarsi stretto stretto una moretta.

Con una complicità che mi sembra di aver già visto – ah già, era il sogno – si muovono al sincrono intorno alla pista. Saranno state una cinquantina di coppie a muoversi abbracciate strette strette.

A vedere tutta sta gente stretta stretta mi mancava un po’ l’aria. Esco mentre le coppie si staccano per combinarsi nuovamente in altri abbracci per prendere una boccata d’aria.

Senza pensarci apro il pacchetto e mi accendo una sigaretta. Fumatore da anni, ero tristemente abituato a questo passaggio della dipendenza.

Dalle sigarette centellinate e legate a questo o quell’evento della giornata, il caffè – il dopo pranzo – la scopata – quella dopo cena, te le accendi che neanche te ne accorgi.

Ed ero tornato ad accenderle senza accorgermene. Brutta storia. E dentro ne era rimasta solo una!

Troppo tardi comunque. La biondina era tornata. E stavolta ero io a sorprenderla. Sopra il bancone di una cucina decisamente più attrezzata della mia tagliava una melanzana a dadini. Un paio di pantaloni da danza e una maglietta leggera coprivano il suo corpo che immaginavo tonico e giovane. Dico immaginavo perché con tutta ‘sta nicotina mica l’avevo ancora spogliata. Provo a muovermi verso di lei ma non riesco a dirigere i miei piedi. Mi avvicino allo stereo e metto un cd. Mi sembra una cosa alla Louis Armstrong. Mi volto, ed era ora, a guardarla e le parlo di una serata di tango alla quale vorrei andare.

Acconsente un po’ svogliata, pare non le interessi molto. Ma mi dice di si, è tanto che non esce, dice.

Avrei voglia di chiederle di più ma la cenere mi cade sulle dita e mi fa riprendere dal torpore a base tabacco.

Cazzo è finita!

Riapro il pacchetto, ce n’è una. Dovrò andare dallo psicologo. Mi assale un senso d’ansia. Senza neanche salutare Claudio né riprendere il giacchetto proseguo sul vialetto fuori dal locale da ballo e rientro in macchina.

 

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Terza sigaretta

Ho provato tutta la sera a tornare con la testa a quel ricordo. Sentivo che qualcosa si era strozzato, che la storia dovesse in qualche modo andare avanti. Con chi avevo fatto sesso? Chi era la biondina?

Ho rivoltato il soggiorno cercando il pacchetto di sigarette. Non l’ho trovato e sono tornato al bar.

Ho aperto la serrande e ho preso un pacchetto da dieci. Sono tornato a casa e ne ho accesa una affacciato al balcone. Mi sono tornati in mente ricordi dei miei vent’anni, dei miei amici, della mia famiglia, ma della biondina nessuna traccia.

Finito il pacchetto, dopo aver visto che avevo passato dalle otto alle due di notte affacciato a un cazzo di balcone su una via secondaria della Tiburtina, sono tornato dentro casa.

Punto la sveglia ad un orario decente – che va bene che domani non lavoro ma passare tutta la giornata a dormire mi pare una cazzata – e provo a dormire. Ci riesco benissimo.

Non che abbia mai fatto fatica ad addormentarmi. Era una delle cose che Clara mi invidiava di più. Dovunque io fossi e qualsiasi rumore sentissi intorno a me, se ero stanco, dormivo.

La mattina, prima della sveglia, mi ha svegliato il suono delle campane, il rintocco delle nove.

Abitando ad una decina di metri dalla chiesa è difficile pensare di non sentirla, anche volendo dormire fino a tardi.

Passo dietro al bancone e carico la moka. Tiro fuori due tazzine da caffè e ne rimetto dentro una.

Apro le finestre e aspetto che il caffè venga su.

Il caffè mi piace berlo sul divano, poggiando la tazzina sopra il tavolino ikea rosso.

Da quella posizione vedo sotto la lampada, accanto alla libreria, un pacchetto di Lucky Strike, le stesse del tizio e le stesse della biondina. Perché ieri sera non le avessi viste lo sa solo Dio.

Neppure finisco di bere il caffè che raccolgo il pacchetto da terra. Lo apro e vedo che dentro ne sono rimaste tre. Penso che farò in tempo a rispondere alle due domande che avevo in testa da ieri sera. Con chi avevo fatto sesso? Chi era la biondina? E penso che sto diventando un po’ un cojone se per immaginarmi una biondina con gli occhi verdi ho bisogno delle sigarette di un tizio che ha preso un caffè e ha lasciato il pacchetto sul bancone del bar.

Penso di fumarmela subito, ma poi penso che mi darebbe fastidio allo stomaco senza mangiare qualcosa. Una tazza di latte con i cereali riempie a sufficienza la pancia da consentire alla bocca di buttare giù catrame senza risentirne.

Stavolta evito il balcone e me la fumo sul divano. Male che vada, se cade, brucia il tappeto.

La accendo e aspetto. Dopo un paio di boccate di stendo sul divano e provo a concentrarmi sugli occhiali squadrati e gli occhi verdi sotto il caschetto biondo.

Intravedo qualcosa. È una pista da ballo. L’ultima volta che sono andato in discoteca mi ricordo il casino e la gente accalcata. Qui l’ambiente era molto diverso. La gente si muove ordinata in cerchio e la musica ricorda i Gotham Project, solo più vecchia. Un tango anni trenta e persone eleganti che fanno dei passi strani.

Vedo la metà del volto della biondina appiccicato alla mia guancia. Il volto si stacca dalla mia guancia e si allontana da me. La vedo intera davanti a me. Bellissima. Con un vestito nero lungo scollato sul seno. Perché la lascio andare via? Vedo che mi avvicino ad un’altra donna. Capelli rosso fuoco e un vestito verde che mostra esattamente quello che vorrei vedere in una tizia appena conosciuta.

Le prendo la mano – ma io volevo la biondina! – e camminiamo lentamente fino al centro della sala. La serie di movimenti che facciamo, ma che ho l’impressione di farle fare, rivela un’intimità che non ho mai avuto con nessuno, nemmeno con Clara. Non capisco. Ma capisco con chi ho fatto sesso quella notte. Le sussurro, mio malgrado, delle parole forti e decise nell’orecchio, e lei sorride. Perché lo sto facendo?

Invento una scusa con la biondina, che torna a casa – a casa nostra? – da sola.

Mentre mi allontano da solo sulla via vedo in lontananza la rossa che sale in macchina. Sento che sto andando verso quella macchina e con la coda dell’occhio vedo la biondina salire su un Opel Corsa e andare via.

Spengo la sigaretta ormai consumata. Sono ancora le dieci. Avrei tempo per tante cose ma decido di andare a Ostia a salutare un vecchio amico che mi aspetta almeno da sei mesi per parlare di Clara, di quanto mi abbia fatto male perderla e di quanto sono stato idiota a non sentirlo tutto questo tempo.

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Seconda sigaretta

Sono quasi le sei, però siamo in aprile e quindi aspettiamo le sette per chiudere. Cioè io chiuderei pure prima oggi, ma prima delle sette non ho mai chiuso.

A quest’ora la macchina del caffè è quasi addormentata. Servo Peroni a palate a quanti non hanno ancora deciso se chiudere la giornata. Hanno lasciato da circa un’ora i cantieri o gli altri posti dove lavorano e si fanno una birra con un paio di amici prima di tornare a casa tra moglie e figli.

I più parlottano della partita, delle scommesse alla SNAI e della catenina che hanno dato al cambio oro per un centinaio di euro, giusti giusti per la bolletta del gas e per un paio di Peroni.

Ormai ci si paga quasi tutto con le catenine, bollette, affitto, scommesse. Mi aspetto che un giorno  o l’altro  mi lascino un anello per un paio di Peroni.

Birre, patatine e qualche campari soda, per i più sofisticati, anche se la Peroni resta la più richiesta. Mi ricorda i tempi dell’università, lì se volevi spendere meno della Peroni, prendevi la Poretti. E lì stavo dall’altra parte del bancone, ad aspettare la birra, a non farmela aprire, andare al tavolino e stapparla con l’accendino, lo stesso che avrebbe acceso la sigaretta poco dopo.

È lì che conobbi Clara. Di qualche anno più grande di me ma poco intenzionata ad andarsene da quella Villa che ospitava la sede del nostro corso di laurea. Mi divertivo ad aprirle la birra con l’accendino a mo’ di leva.

Dopo la sigaretta di ieri sono tornati anche i pensieri, ma in ordine più sparso e rado. Penso che derivi dal fatto che un po’ di nicotina è rimasta in circolo e mi fa pensare meglio.

Per cacciare gli ultimi due clienti ci ho messo quasi un quarto d’ora. Ora non mi resta che dare una passata di straccio e chiudere il bar.

Paolo sta bonificando i tavolini fuori. Ci resta tanta di quella merda sopra che ci vorrebbe un’impresa di pulizie. Ma Paolo non se la prende. È un bravo ragazzo. O un fesso. Non lo so, fatto sta che finiamo in una mezz’ora e possiamo chiudere.

“Faccio un salto al bowling con un paio di tizie stasera, vieni?”

“No”

“Perché?”

“Cazzi miei!”

“Ti devi dare una svegliata, è due mesi che non metti il naso fuori di casa”

“—–“

“Va beh, a domani”

Ci metto un dieci minuti a piedi per tornare a casa.

La via è la stessa che ho fatto migliaia di volte. Dalla stazione alla chiesa. Anni fa arrivato davanti alla chiesa giravo a destra e mi facevo un paio di chilometri a piedi per tornare a casa dei miei. Ora alla chiesa neanche ci arrivo. Mi fermo una decina di metri prima, apro il primo cancello, poi il secondo, poi la porta di casa e poi saluto.

Fino a un paio di mesi fa Clara rispondeva.

Tiro su le persiane, ordino una pizza al telefono e spulcio i film della serata.

Svuotando le tasche del giacchetto che volevo mettere a lavare, trovo il pacchetto di sigarette del tizio.

Lo poggio sul tavolo, ne tiro fuori una e mi sposto un balcone.

Adesso non è più giorno. Sa dietro le tende rosse si accendono le luci delle stanze nell’hotel di fronte. Sono i villeggianti termali che rientrano in stanza dopo massaggi, effluvi, zolfo in salsa tartara e tutte le specialità che l’hotel/centro termale offre. Di tanto in tanto si intravede qualcuno in accappatoio oltre le finestre. Non oggi.

Stasera tutte le tende sono chiuse e sposto lo sguardo sulla strada di sotto. Quelli del treno delle sette e mezza stanno raggiungendo la chiesa per girare a destra o a sinistra, i più fortunati si sono già fermati, qualcun altro si è messo in macchina perché a casa a piedi non ci arriva.

Io penso che pensare a qualcos’altro non mi dispiacerebbe.

Mi metto la sigaretta in bocca, la seconda del tizio, e accendo.

Vedo una donna sull’altro lato della strada. Mi saluta e mi viene incontro.

Ha indosso un maglione rosso e un paio di jeans.

Da lontano, complice un astigmatismo peggiorato negli anni, mi sembra Clara. Non riesco a muovermi per andarle incontro e compensare l’occhio lento.

Mi sento un odore di sesso addosso. Come se lo avessi fatto da poco e non avessi avuto tempo di fare la doccia.

La donna mi si avvicina e sente quello che sento io. Mi dice qualcosa in un dialetto che non capisco, ma con il romanesco non ho mai avuto problemi, che cazzo dice?, e mi sbatte la borsa sul petto.

Io pensavo di averlo appena fatto con te, immagino di dirle, e invece stavolta il sogno a base tabacco non riesco a piegarlo. Prosegue come dice lui.

Sto in silenzio. Lei prosegue con una serie di imprecazioni accostate con sapienza ed io trovo che è veramente bella. Un caschetto biondo che tende verso il bianco sopra occhiali squadrati e occhi verdi intensi. Labbra sporgenti sopra un mento sottile.

Riesco a guardarla negli occhi senza abbassare la testa, quindi immagino sia alta quanto me. Anche Clara lo era.

Suonano al citofono.

La mia boscaiola con  supplì di riso sta salendo le scale. Spengo con delicatezza la sigaretta per finirmela più tardi e la poggio sul posacenere sul tavolo del balcone.

Vado alla porta, caccio dal portafoglio sette euro e cinquanta più la mancia.

La boscaiola con supplì di riso si stacca dalle mani del ragazzino con il cappello che ringrazia della mancia.

Poso la pizza sul bancone della cucina e torno alla mia biondina.

La sigaretta, con una folata di vento, è caduta dal posacenere sulla strada.

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Prima sigaretta

 

 

“Ma dove sta l’accendino?”

Ficco le mani tra le tasche. Non lo trovo. Certo che non lo trovo, non fumo!

È uno di quei gesti che ha sempre fatto ridere Clara. È inevitabile: se ho bisogno di qualcosa immagino sempre di averla con me, e poi scopro che non si trova nelle mie tasche.

Succede con le chiavi della macchina, le chiavi di casa, le chiavi della serranda e il cellulare. Tutto si affretta ad apparire e sparire. Immagino, per ricordarmi che ho la testa da qualche altra parte.

Dove? Mi rigiravo per la testa quel pacchetto di sigarette dimenticato da un tizio sul bancone del mio bar. L’altra mattina un’ora dopo l’apertura, tra il treno delle sei e quello delle sei e mezza, mi ritrovo sul bancone un pacchetto di sigarette mezzo vuoto che stava per finirmi in mezzo alle tazze dei cappuccini.

Non c’è stato il tempo per fermare il tizio che aveva lasciato nell’ordine: tazzina di caffè a metà, crema di cornetto su un tovagliolino di carta sul piattino e un pacchetto di sigarette aperto.

Pareva si attardasse davanti al bancone con l’agendina aperta su una mano e l’altra che faceva lo zapping tra il caffè e il cornetto. Io dico, se hai da fare non prenderti il caffè. Per me, il caffè, lo prendi se hai tempo. Hai finito di fare quello che devi fare. Vedi che il bar è aperto. Ti prendi dieci minuti e ordini un caffè. Tutto il resto, in dieci anni dietro al bancone del bar, non l’ho mai capito.

Poi sente l’avviso del treno e schizza via con il caffè a metà sul bancone.

Stavo per dire “Hai lasciato le sigarette sul bancone!” quando un “due cappuccini, uno con poca schiuma, e tre caffè, di cui uno decaffeninato” mi ha fatto voltare verso la macchina a ricordarmi che fino alle nove di tempo per le cortesie ce ne sarebbe stato poco.

“due cappuccini, due caffè e un decaffeinato”, apparecchia due tazze grandi e tre piccole, carica veloce la macchina e passi il bric sotto il cannello del vapore. Il bric lo tieni con la destra e senti la temperatura con la sinistra. Il caffè è uscito. Spingi il bottone. Prendi le due tazze, le poggi accanto alla macchina e fai il primo  – con schiuma – per l’altro ti serve il cucchiaino, che ti dosa la schiuma e ti sciacqua  il cappuccio. Servi. Giro. Riparti con la carica, sbatti in macchina,  riempi con il dec. Pronti i tre caffè. Servi.

Lentamente le ordinazioni si fanno più rare. Restano gli studenti che hanno perso il treno e che bivaccano fuori con i cappucci bevuti lentamente, più per mettersi d’accordo sul da farsi per il resto della mattinata. Una passeggiata a Tivoli o un salto al centro commerciale. Il grosso è passato.

“Paolo stacco a farmi una sigaretta!” Dico a Paolo.

“Ma se non fumi!”

“Cazzi miei!”

L’accendino in tasca non l’avevo ancora trovato. Rientro “Già fatto?” chiede divertito Paolo “Cazzi miei! Passami l’accendino”.

Paolo è un ragazzo in gamba. Scambia sempre due chiacchiere con i clienti pure se c’è l’inferno dietro al bancone.

Mi passa l’accendino e si ficca dietro al bancone.

Riesco.

Paolo ha ragione. Ho smesso di fumare da un paio di mesi. Con le sigarette avevo smesso già parecchio tempo prima, ero passato al tabacco. Me le rollavo ormai in tempi record. Sia che stessi a piedi, sia che stessi in macchina.

Non mi ricordo perché ma a un certo punto ho lasciato il pacchetto del tabacco a casa e non ho più fumato.

Va a capire perché avevo preso un accendino, il pacchetto lasciato dal tizio e mi ero appoggiato fuori dal bar a un paio di metri dai binari.

Mettendomela in bocca sentivo subito la differenza con le vecchie e buone sigarette di tabacco. Questa era grande quasi il doppio e pesava tra le labbra. Una cosa a metà tra una maglietta di cotone e quei pezzetti di carta che appallottolavi per farli schizzare fuori dalle bic, le penne, a cui si toglieva l’inutile pennino trasformandole in cerbottane.

Accendo e tiro un paio di boccate. La giro per vedere se è accesa per bene. La rigiro e prendo a fumarla.

Quando fumavo pensavo. È stata questa l’unica cosa che per questi due mesi non sono riuscito a fare. Fermarmi e pensare. Non importava che stessi a piedi o in macchina. Pensavo.

Pensavo per immagini, cioè mi rivedevo vecchie puntate degli ultimi mesi di vita e le facevo andare meglio di come fossero andate in realtà. Più spesso pensavo a Clara.

Forse è per questo che avevo smesso. A un certo punto avevo lasciato Clara e le sigarette a casa. Entrambe a metà.

Mi sembrava che fumando stessi tornando a pensare a Clara.

Di schiena con un maglione rosso raccattava le sue cose in una valigia. Io stavo fumando e la guardavo riempire quella valigia senza avere in testa niente di troppo intelligente da dire. Parlava, credo sacramentasse, ma con un tono di voce che non le riconoscevo. Sembrava veneta, lei che era nata al Torrino, tra l’Eur e Ostia, e mi diceva che potevo restarmene con la Rossa. Rossa?

Diceva che da me non se lo sarebbe mai aspettato, o forse si. O ancora che lei era stata un idiota e io un porco. E la voce si faceva sempre più fioca mentre imprecava, come se a quel punto io non ci fossi più. Difendermi? E di che? Non capivo neanche di cosa stesse parlando! La verità è che dalla bocca non usciva altro che fumo. Fumo di sigaretta, corposo e denso, con quel sentore di filtro che inevitabilmente mi riportava alla testa le magliette di cotone.

In genere a questo punto di quei sogni a base tabacco riesco a capovolgere le cose e renderle meglio di quanto siano effettivamente andate, ma di rosse, nella testa, non ce ne erano. Mi blocco.

Lei si gira e la vedo. Non è Clara! Non so neanche chi diavolo sia. Prima che riesca a metterla a fuoco mi supera, sbatte la porta e resto come un fesso a fissare la porta.

Ecco che succede a riprendere a fumare una sigaretta normale. La testa è andata per i cazzi suoi e mi ha scambiato Clara con una qualche cliente.

La sigaretta mi si è spenta tra le mani che avrò fatto tre o quattro boccate. La butto in mezzo ai binari e torno a dare il cambio a Paolo.

“è la seconda che ti fai!” Dice Paolo.

“Cazzi miei!” Dico io. 

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La storia di una pausa

Può capitare di dover aspettare. Se siete principianti, siete in una milonga – locale da ballo in cui si balla il tango –  e non avete ancora il coraggio di invitare donne sconosciute, avrete parecchio tempo per imparare ad aspettare.

Nell’attesa vi viene in mente qualcosa. Questo qualcosa lo scrivete a casa con calma. Dopo qualche giorno lo pubblicate su un blog, il vostro.

Così è. 

Dal prossimo post, per cinque post, potrete leggere un breve racconto avente per sfondo un’avventura in milonga. 

Buona lettura. 

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Camminare

Abbiamo compreso il primo problema del tango argentino ballato da italioti: la bolla prossemica.

Non l’abbiamo risolto, perché siamo all’inizio e perché siamo principianti, ma abbiamo capito che c’è un problema. Lo mettiamo nel nostro libro dei problemi e andiamo avanti, capiremo in seguito.

Passiamo al tema centrale dell’apprendente tanguero: camminare.

Ora, tutti – me compreso – immaginiamo di dover imparare qualcosa di nuovo, quando impariamo qualcosa di nuovo.

Se invece ti dicono: “No guarda, nel tango anche solo camminare  è ballare”, ti dici: “Allora è semplice”.

Poi ti ricordi della bolla, e della camminata argentina. Problema.

Proviamo a scendere nel dettaglio.

Di quale argentino stiamo parlando e come chi dobbiamo camminare?

“Quando uno mette il piede in una milonga si trasforma, cambia la sua postura, il suo atteggiamento, il tono della voce. Assume una modalità, uno stile da tango” [Carella, 1956, p.34]

Il tango nasce come ballo popolare, tra uomini che ballano tra di loro e che dopo poco cominciano a ballarlo con prostitute.

Gli uomini in questione passavano da una condizione rurale a una condizione cittadina, in spazi costruiti e confinati.

“Non c’è più l’uomo che vaga libero a cavallo nella campagna, ma guapos e compadritos dei quartieri poveri della capitale; è proprio il retaggio di questa infelice transizione a costruire, per molti commentatori, la triste e acida radice della tanguidad ai suoi albori” [Burstin, 2008, p.31].

Migranti, in un senso più ampio. E quindi abituati ad una gestione del proprio spazio e della propria dignità attraverso rapidi giri di coltello. Fieri, quindi, del proprio spazio vitale.

Ora sulla storia del tango sono usciti tanti libri, chi ha voglia li legga, il punto essenziale è che quando si cammina si deve imparare a camminare come se si fosse in quel periodo storico e in quella condizione sociale.

Interpretare un lungo romanzo storico, fatto di fierezza delle origini e leggerezza nei tanghi più occidentalizzati, fino ad un filo d’ironia nelle ballate elettroniche. Tutto questo continuando a camminare.

E a questo punto se ti dicono: “No guarda, nel tango anche solo camminare  è ballare”, ti dici: “Allora è un casino”.

Il vostro amato Le Sanglier non ha ancora imparato.

Di seguito un video in cui le stesse cose che dico io vengono dette meglio.

Citazioni

Carella, T. 1956, El tango: mito y esencia, Doble P., Buenos Aires

Burstin, H. 2008, Il tango ritrovato, Donzelli, Roma

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